Main Menu

L’uomo è più «grande» dell’Universo?

Parlavamo la volta scorsa dello spazio, e ci siamo lasciati con una domanda implicita: se i cieli sono così grandi, ma non infiniti, e l’uomo, fisicamente, così piccolo, quanto poco “vale” l’uomo?

Ma anche: se i cieli sono così grandi, e l’uomo è in grado di studiarli e comprenderli, quanto grande è l’uomo?

Il padre del Big bang, il già citato Georges Édouard Lemaître, vedeva nella grandezza finita dell’Universo, un’ immagine della grandezza infinita di Dio Creatore, e nell’uomo, nel mistero della sua intelligenza, della sua capacità di amare e della sua libertà, un’ immagine ancora più “forte” di Dio, non definibile per la sua grandezza fisica, ma come Intelligenza assoluta ed originaria, come Pensiero al di fuori del tempo e dello spazio.

Analogamente, molti secoli prima di Lemaître, un grande matematico, fisico e filosofo, Blaise Pascal (1623-1662) si trovò a ragionare sul sistema eliocentrico, che, rispetto a quello geocentrico, allargava gli spazi cosmici. Anche lui proclamava il suo sbigottimento, di fronte alle immensità  che si aprono sopra e sotto di noi. Però, nel contempo, scorgeva per contrasto dove stesse la dignità umana:  non nella materia, ma nello spirito.

Almeno due pensieri di Pascal vanno riportati, per comprendere quanto la scienza apra alla filosofia, e alle grandi domande metafisiche.

Il primo, e più celebre è il pensiero 377:

L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. E’ in virtù di esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della morale”.

Il secondo è il 793: “Tutti i corpi, il firmamento, le stelle, la terra e i suoi reami non valgono il minimo tra gli spiriti, perché questo conosce tutto ciò e se stesso; e i corpi, nulla.Tutti i corpi insieme e tutti gli spiriti insieme e tutte le loro produzioni non valgono il minimo moto di carità. Questo è di un ordine infinitamente piú elevato. Da tutti i corpi presi insieme non si potrebbe far scaturire un piccolo pensiero: è impossibile, e di un altro ordine. Da tutti i corpi e da tutti gli spiriti non si potrebbe trarre un sol moto di vera carità: ciò è impossibile, di un altro ordine, soprannaturale”.

Non si tratta di riflessioni che hanno perso il loro valore. Oggi uno dei più blasonati astrofisici al mondo, Piero Benvenuti (già presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e direttore dell’Osservatorio Spaziale IUE dell’ Agenzia Spaziale Europea, oggi Segretario Generale dell’Unione Astronomica Internazionale), nota che l’ “esplosione” del Big Bang generò un Universo in cui le stelle “erano, in un certo senso, necessarie alla vita, in quanto produttrici dei mattoni – carbonio, ossigeno, azoto ecc. − che la rendono possibile”; un Universo che evolve unitariamente, e cioè in cui il volo di una farfalla in un continente, ha effetti dall’altra parte del globo; un Universo in cui la materia va organizzandosi sino a “produrre” qualcosa che la trascende, che la supera enormemente: l’uomo.

In un simile Universo -per Benvenuti, come per Pascal e Lemaître-, vi è un “sottile filo rosso che ci lega indissolubilmente alle stesse stelle che emozionavano l’autore del Salmo 8” (quello in cui si dice “Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato…”): infatti l’ “emergere dell’uomo e della coscienza” non appare evento fortuito, causale, ma come “conseguente alla caratteristica fondamentale dell’universo stesso, la sua evoluzione”.

Il che renderebbe l’uomo, non uno straniero sperso nell’Universo, ma, per usare l’espressione di un altro grande fisico contemporaneo, il fiore della pianta (Piero Benvenuti, Francesco Brancato, Contempla il cielo e osserva, Milano 2013).






Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked as *

*