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Unità d’Italia e risorgimento: fu vera rinascita?

Nel 2011, centocinquant’anni dopo l’Unità d’Italia, sono usciti decine di libri che hanno proposto una revisione della storia del cosiddetto Risorgimento. Fu vera gloria? In molti, finalmente liberi dalla retorica patriottarda (qualcosa di diverso dal naturale patriottismo) si sono chiesti: dovevamo veramente risorgere? Siamo davveri risorti?

La verità storica è sempre più complessa delle semplificazioni ideologiche, dei manichesimi e delle ricostruzioni imposte dai vincitori. Eh, sì, perchè il vincitore, allora, fu il conte Cavour e con lui casa Savoia. Non potevano che chiamare “Risorgimento“, ciò che loro stessi avevano fatto.

Eppure l’Italia non risorse: aveva già perso molti dei suoi innumerevoli primati, forse dall’epoca delle invasioni napoleoniche, e non li riacquisterà più.

Quali primati? L’Italia medievale è la patria dei Comuni; qui nasce la I università, quella di Bologna e molte delle altre università più prestigiose. Per alcuni secoli l’italiano è la lingua della cultura. Da noi giungono a studiare anche i geni d’oltralpe: Niccolò Copernico, padre della nuova astronomia, Andrea Vesalio, padre della nuova antomia, Niccolò Stenone, padre della geologia… vengono da altri paesi d’Europa, ma studiano a Bologna, Ferrara, Padova e Firenze.

Nel XIII secolo l’Italia è anche la patria dei commerci e l’italiano è la lingua dei mercanti: è l’inglese di allora, mentre il fiorino e lo zecchino d’oro sono l’euro dell’epoca…

Nel Cinquecento Erasmo può dire: “siamo italiani noi tutti che siamo dotti”. Roma è capitale di fede, di cultura, di arte. E devono ancora venire Galileo Galilei, padre della scienza sperimentale, don Lazzaro Spallanzini, padre della nuova biologia, Alessandro Volta e Luigi Galvani, padri degli studi sull’elettricità… Nel Settecento l’Italia è ancora un grande paese, nel campo artistico, culturale, medico… ecc…

Poi, il crollo, e non è facile capire perchè. Certamente, come si è accennato, la causa sta anche nelle invasioni, nei saccheggi e nelle ruberie napoleoniche. Infine arriva il tentato Risorgimento: solo tentato, se è vero come è vero, per esempio, che il meridione proprio in quell’epoca sperimenta per la prima volta nella sua storia l’emigrazione di massa, cioè milioni di persone divenute povere e costrette a lasciare la propria terra in cerca di fortuna.

L’Italia ha solo 40 anni, e nel 1900 il suo secondo re, Umberto I, viene ucciso: troppe tensioni, ingiustizie, tasse… da parte di governi borghesi piuttosto corrotti, ottusi, miopi.

L’entrata in guerra che ricordiamo in questi giorni, nel 1915, è anche questo: il tentativo di rilanciare un mito, quello risorgimentale; di fare finalmente, dopo l’Italia, gli italiani; di divenire uno Stato forte anche militarmente. Per entrare in quella guerra il governo si impegna, a insaputa del parlamento; e i parlamentari vengono costretti a votare ciò che è stato già deciso. Mentre nel popolo italiano, nè i cattolici, nè i socialisti, nè i giolittiani, vogliono la guerra.

Nel nostro Trentino la guerra è fortemente desiderata da Cesare Battisti e da un piccolo manipolo di irredentisti. Una minoranza agguerrita, e sponsorizzata dal re e non solo. Giuseppe Matuella ha appena pubblicato un testo, Cesare Battisti, il Tirolo tradito. Un percorso nella storia di questa nostra terra. Da Heimat a patria, che mette in luce un aspetto poco conosciuto, o meglio volontariamente taciuto. Come il Risorgimento non è stato quella resurrezione che si dice (come avevano già ricordato gli autori meridionali come Verga e Pirandello), nè Garibaldi il redentore che ci hanno per decenni raccontato, così Battisti non è stato l’eroe che una certa retorica ha voluto dipingere.

E’ stato un uomo che, tra il 1902 e il 1915, ha fatto spionaggio, pur essendo un cittadino e un parlamentare austriaco, ed ha spinto in ogni modo per un conflitto che i trentini e gli italiani non volevano. Mentre probabilmente Trento avrebbe potuto passare all’Italia, a fine guerra, per via diplomatica (grazie all’intervento di Benedetto XV presso Francesco Giuseppe), senza i 650 mila morti che il nostro paese si accollò.

E che dire del fatto che proprio l’entrata in guerra nella Grande Guerra aprì le porte, invece che chiuderle, ad una nuova instabilità, in cui l’Italia rischierà prima di cadere in una rivoluzione violenta di stile sovietico (biennio rosso), per poi sperimentare la “rivoluzione fascista”?

Al libro di Matuella, in questo periodo di rievocazioni storiche, si può affiancare un testo di Luigi Sardi, Battisti, Degasperi e Mussolini (Curcu & Genovese), non solo per capire il legame tra Battisti e Mussolini, e l’importanza che il soggiorno a Trento e l’amicizia con Battisti significarono per il futuro duce, ma anche per ricordare che nella nostra città, nello stesso anno, il 1908, si trovarono a duellare tre protagonisti importanti della vita della nostra Italia: Battisti, appunto, ma anche Mussolini e quel Degasperi che, all’epoca oppositore di entrambi, guiderà la rinascita dell’Italia dopo la II guerra mondiale.






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