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Lotta al terrorismo: l’Europa deve restare unita

La sicurezza non è un qualcosa di scontato, ma un bene prezioso per il quale dobbiamo continuare a lottare. Gli attentati di Parigi e l’allarme rosso di Bruxelles sono lì a ricordarcelo.

Ho lasciato Bruxelles venerdì mattina, dopo una settimana di crescente tensione. Col passare dei giorni, è diventato sempre più chiaro che gli attentati di Parigi sono stati pianificati nella capitale belga. Come le altre istituzioni europee, il Parlamento è stato blindato, in un crescendo di misure di sicurezza aggiuntive. È stato lasciato aperto un solo ingresso, presidiato giorno e notte dai militari dell’esercito belga, come dopo la tragedia di Charlie Hebdo.

Questa settimana sono a Strasburgo, per la sessione plenaria. Anche qui le misure di sicurezza sono state alzate. Lunedì prossimo, però, rientrerò a Bruxelles. Non ho paura di tornare nella capitale belga. Certo, è ovvio che a nessuno piace vivere in una città sorvegliata dalle forze di polizia. Farsi prendere dal panico, però, equivale a cadere nella trappola dei terroristi: il livello di allerta è stato alzato per consentire ai cittadini di vivere in sicurezza, non per farli morire di paura.

La paura può fare brutti scherzi. Può portare a confondere i terroristi con i migranti. Un errore che dobbiamo assolutamente evitare. In questi mesi, centinaia di migliaia di persone hanno rischiato la propria vita per entrare nell’Unione europea, che considerano uno spazio di libertà e pace. Nello stesso momento, giovani nati e cresciuti in questa Europa attaccano questi ideali per difendere un cupo fondamentalismo religioso.

È sì vero che l’Europa deve alzare il livello di guardia per evitare che tra gli immigrati si mischino dei criminali, così com’è vero che almeno due terroristi di Parigi sono entrati sull’onda dell’immigrazione. Ma questo controllo, imprescindibile per difendere la sicurezza dei nostri cittadini, deve avvenire sui confini esterni della zona Schengen e non sui confini interni. La chiusura dei confini interni è una minaccia diretta al trattato di Schengen, uno dei pilastri dell’integrazione europea.

Chi ha progettato gli attentati di Parigi erano giovani nati e cresciuti in Belgio, cittadini europei. L’attuale minaccia terroristica non è quindi una conseguenza dell’ondata migratoria, ma è, piuttosto, il risultato delle politiche di integrazione di Francia e Belgio, sbagliate da decenni. Politiche del “lasciar fare”, che disciplinano la convivenza tra le varie comunità sulla base del principio di autogestione.

In questi due paesi, la politica si è ritirata dalle sue responsabilità fondamentali, come il controllo dell’educazione, lasciandolo spesso nelle mani di ideologi religiosi. Una politica che ha permesso e permette che stati arabi finanzino le attività di associazioni e gruppi religiosi in Europa. È inevitabile costatare come la situazione sia sfuggita completamente di mano alle autorità. Si è lasciato spazio ai gruppi islamisti, si è sviluppata una città nella città. Questa è una lezione che non possiamo ignorare.

A tal proposito, l’Austria offre una soluzione interessante. Non tanto tempo fa, infatti, Vienna ha adottato una legge che regola il finanziamento pubblico ad associazioni, gruppi e comunità religiose. Al contempo, le autorità austriache hanno vietato i finanziamenti esteri, come, per esempio, quelli dall’Arabia Saudita o dagli Emirati Arabi Uniti.

La lotta al terrore impegnerà l’Europa per alcuni anni a venire. Per questo, hanno fatto bene gli Stati membri dell’Unione europea ad andare oltre le semplici manifestazioni di solidarietà e a offrire il loro sostegno concreto a Parigi. La crisi dei migranti ci ha insegnato, infatti, una volta di più, che solo liberandoci dal miope egoismo e nazionalismo e presentandoci uniti possiamo vincere le sfide che minacciano benessere, libertà e democrazia nel nostro continente.

Ora, però, serve un rapido cambio di rotta. Lo spazio Schengen rischia di scomparire e con esso la libertà di circolazione in Europa. Sarebbe una sconfitta per l’Unione in generale e per la nostra Regione in particolare. È Schengen, infatti, che fa della nostra realtà un crocevia tra il Nord e il Sud Europa e che ci permette di beneficiare dei vantaggi commerciali, turistici e culturali derivanti dalla vicinanza al mondo di lingua tedesca. Dobbiamo restare uniti e lottare per un’Europa senza frontiere interne. Altre vie sarebbero pericolose per l’Europa e particolarmente svantaggiose per la nostra terra.

A cura di Herbert Dorfmann, Europarlamentare regionale eletto nel collegio del Nord Est






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