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Crisi Schengen, basta a soluzioni nazionali

Molti stati nel cuore dell’Europa assistono da mesi impotenti di fronte all’ondata di profughi che li sta travolgendo.

Sono in migliaia coloro che giorno dopo giorno si ammassano al confine austriaco e tedesco, nella speranza di giungere finalmente a destinazione. Uomini, donne e bambini in fuga da guerre, terrore e fondamentalismo religioso si mischiano a chi invece scappa dalla fame e dalla povertà ed è alla ricerca di un futuro migliore per sé e per la propria famiglia.

L’Europa si muove in ordine sparso: alla Grecia e, probabilmente, anche all’Italia, fa quasi piacere vedere che la Germania è nei guai. Per questo, le autorità greche se ne infischiano di proteggere adeguatamente la frontiera esterna con la Turchia e si preoccupano soltanto che la porta sui Balcani continui a rimanere aperta.

Se l’Ungheria, poi, cerca, a modo suo, di mettere in sicurezza i confini esterni, come espressamente previsto dal Trattato di Schengen, si alzano le grida di sdegno degli altri Stati membri. E mentre i capi di stati e di governo si mettono d’accordo a Bruxelles per ricollocare i richiedenti asilo provenienti da Italia e Grecia, una volta tornati nelle rispettive capitali questi si dimenticano in fretta della loro promessa.

Così facendo gli Stati membri continuano a sbattere la porta in faccia a una soluzione condivisa e non lasciano alle istituzioni europee altra alternativa se non quella di svelare come i vari governi vengano costantemente meno agli impegni presi.

Nel frattempo, la popolazione sta perdendo la pazienza. Gli eventi della notte di Capodanno sono stati una doccia fredda. Quello che è successo ha dimostrato una volta di più che per l’Europa integrare milioni di persone sarà tutt’altro che una passeggiata.

Stiamo vivendo una vera emergenza e per i vari Stati membri è forte la tentazione di ricorrere a soluzioni unilaterali. Ecco che allora la priorità non è più difendere le frontiere esterne dello Spazio Schengen ma proteggere i propri confini. È il caso dell’Austria, che nei giorni scorsi ha temporaneamente reintrodotto i controlli alle frontiere e, prima di lei, di Francia, Germania, Norvegia, Danimarca e Svezia, in un effetto domino che rischia di sgretolare l’Unione dall’interno.

Da un certo punto di vista, questo atteggiamento è completamente comprensibile: Cos’altro dovrebbe fare uno Stato membro quando le frontiere esterne dello Spazio Schengen non vengo adeguatamente pattugliate e per questo migliaia di migranti bussano ogni giorno alla sua porta? Non è forse una prerogativa dello stato quella di controllare chi entra nel Paese, di distinguere tra rifugiati di guerra e migranti economici? Non abbiamo forse il diritto di sapere chi è che viene a casa nostra e non è forse dovere della politica fare tutto il possibile per garantire questo diritto?

Ma c’è un’altra domanda alla quale dobbiamo rispondere: Siamo davvero sicuri che i controlli alle frontiere nazionali otterranno l’effetto sperato? È un po’ ingenuo credere che una volta blindato il Brennero i migranti non cerchino altre vie per eludere i controlli.

E poi, cosa dovrebbe fare esattamente una guardia di frontiera quando trova, per esempio, un migrante marocchino che sta provando ad attraversare il confine del Brennero? La guardia di frontiera ha davvero i mezzi per spiegare al migrante che non può considerarsi un rifugiato e che deve tornarsene a casa? Il rischio è quello di sacrificare le libertà di circolazione sull’altare di una sicurezza nazionale che è soltanto illusoria.

E poi: A cosa portano questi controlli? Quel è il loro prezzo? È opportuno essere chiari: la sospensione di Schengen rischia di mandare in fumo il lavoro degli ultimi decenni e segnare l´inizio della fine del progetto di integrazione europea. Se verranno ripristinati i controlli ai confini nazionali, a restare in coda ore e ore alla frontiera non saranno solo i migranti, ma anche tir e, soprattutto, noi, cittadini europei. Con un costo salatissimo per l’economia.

Ma pare proprio che dovremo arrenderci a un’Europa degli stati e dei confini, dato che i Paesi membri continuano a rifiutarsi di implementare le decisioni che hanno preso di comune accordo e di concerto con noi, al Parlamento europeo.

 Questa è una notizia molto triste per la nostra Regione. Noi più di altri abbiamo colto i frutti di un’Europa senza confini interni. Il crollo delle frontiere interne ha, infatti, dato il via a una nuova era nelle relazioni tra Trentino, Sudtirolo e Tirolo. La nostra autonomia, così come i flussi commerciali e turistici, hanno tratto nuovo impulso da questa rinnovata vicinanza al mondo di lingua tedesca.

Ora tutto questo è in pericolo. Restiamo aggrappati a una flebile speranza, ovvero, che il graduale ripristino dei controlli interni dia la sveglia agli Stati membri e li spinga a lavorare assieme per la definizione di una politica comune in materia di immigrazione. Prima che sia troppo tardi.

A cura di Herbert Dorfmann –  Europarlamentare






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