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La guerra in Iraq e il rischio H. Clinton

La notizia che ha occupato molti quotidiani di questi giorni è il rapporto della cosiddetta commissione Chilcot, che dopo ben 7 anni di lavoro ha concluso che il leader labourista Tony Blair volle partecipare a tutti i costi alla guerra di Bush jr contro l’Iraq (la II guerra del Golfo), evitando accuratamente di percorrere tutte le possibili strade alternative.

Ero ancora al liceo quando scoppiò, nel 1991, la prima guerra del Golfo, proprio contro l‘Iraq, e ricordo che quello fu un fatto che segnò il mio modo di leggere giornali e notizie: mi era chiaro, già allora, grazie certamente alle spiegazioni di mio padre, ma anche ad un po’ di semplice buon senso, che ci stavano ingannando.

Ci raccontarono, allora, che un piccolo popolo di circa 15 milioni di abitanti, era una minaccia per il mondo intero, e che possedeva un esercito immenso e pericolosissimo. Saddam veniva continuamente paragonato ad un nuovo Adolf Hitler, per rendere quella guerra mediaticamente accettabile.

Il nostro governo di allora si mosse con prudenza, incapace di avere una propria politica estera autonoma. Allora, contro la guerra, ci fu soprattutto una voce: quella di Giovanni Paolo II.

Non una voce generica contro la guerra, ma una denuncia contro quella specifica guerra, che non aveva motivazioni plausibili, che andava ad incendiare una zona molto delicata del mondo, e che avrebbe segnato la fine di una delle più grandi comunità cristiane del Medio Oriente.

Ma Giovanni Paolo II, che era appena stato, in quanto polacco, uno dei protagoniosti della caduta del comunismo, non fu ascoltato da nessuno. Sembrava che al mondo bipolare dovesse succedere il mondo con un’unica superpotenza: gli Usa.

Fu così che proprio dopo alcune manifestazioni pubbliche di vescovi cattolici americani contro la guerra, la lotta contro la pedofilia del clero cattolico divampò con una violenza mediatica senza precedenti. Certamente erano stati compiuti dei reati, ma fu proprio la posizione della Chiesa cattolica sulla guerra a far sì che se ne facesse un uso strumentale massiccio e pianificato. Analogamente a quanto avevano fatto i regimi nazisti e comunisti negli anni Trenta, quando avevano spesso certcato di distruggere la credibilità della Chiesa che si opponeva a loro con campagne mediatiche su scandali economici e sessuali, allora quasi sempre falsi, a carico del clero cattolico (vedi: http://www.storiaechiesa.it/anzisti-accusano-preti-cattolici-pedofili/; http://www.storiaechiesa.it/cosa-pensava-adolf-hitler-della-chiesa-cattolica/)

Del resto la Chiesa cattolica, nel mondo wasp americano, era ed è vista spesso come una società con complicità straniera (il Vaticano), e con legami troppo forti con il pontefice di Roma, che nell’immaginario protestante è pur sempre, dai tempi di Lutero ed Enrico VIII, un Anticristo, nemico degli interessi interni dei paesi non cattolici.

Quella guerra, la I contro l’Iraq, si risolse in un fiasco: innumerevoli morti, bombardamenti a tappeto su Bagdad, l’antica Babilonia, e Saddam lasciato lì, forse perchè Bush sr aveva capito che sarebbe stato difficile gestire il dopo.

In tv, in quei giorni, tutti ascoltammo una sola voce, quella di Peter Arnett, della CNN. Fu allora che alcuni capi di stato europei capirono che senza tv con diffusione globale, il monopolio dell’informazione rimane americano. Solo gli americani, infatti, hanno un sistema mediatico capillare e utilizzano una lingua, l’inglese, che è la più parlata del mondo. Gestire le informazioni è dunque, per loro, assai facile (almeno tanto quanto è difficile, per i russi, oggi, comunicare con il mondo extrarusso).

Si arrivò a mostrarci in televisione immagini, come quella del cormorano nero coperto di petrolio, che risalvano a dieci anni prima, alla guerra tra Iraq e Iran; oppure a mostraci scene di Top Gun, spacciate per battaglie aeree nei cieli irakeni.

Dopo la guerra del 1991, ecco quella del 2003: anche allora si parlò di armi di distruzione di massa, e Tony Blair, idolo della sinistra italiana ed europea, raccontò che Saddam, quello che oltre dieci anni prima non era riuscito a lanciare i suoi missili a pochi kilometri di distanza, avrebbe potuto attaccare nientemeno che Londra.

Chi credette a quelle bugie? Nessuno dei politici inglesi, credo. Neppure quelli che oggi, nella commissione, denunciano a costo zero l’operato di Blair. Blair era forte, stava con gli Usa, allora unica superpotenza del mondo: bisognava appoggiarlo, qualsiasi balla dicesse (tanto che poi, finito il suo mandato, fu spedito a fare il paciere, proprio lui, in Medio Oriente, con un incarico pagato profumatamente, ma, come era evidente, inutile; il titolo con cui fu coperto ancora una volta di soldi e onori fu quello di “inviato speciale per il Quartetto per il Medio Oriente”).

Vorrei far notare una cosa: quella guerra, presentata come “umanitaria”, fu condotta da un governo repubblicano, negli Usa, e da un governo di sinistra, in Inghilterra. Tanto perchè sia chiaro quanto la contrapposizione destra-sinistra sia, spesso, una falsificazione.

Anche la seconda guerra in Iraq fu un disastro: inutili, ancora una volta, le denunce della Chiesa irakena, inascoltata in Occidente, ed analoghe alle denunce della Chiesa siriana, che da anni va dicendo che attaccare Assad significa rafforzare l’Isis (come i fatti hanno dimostrato).

E oggi, mentre discutiamo di ciò che è accaduto 13 anni fa? Oggi, credo, dovremmo ricordare che con la guerra in Libia del 2011 è successo lo stesso: tutti sapevamo che era una guerra folle, senza prospettive. Gheddafi lo aveva detto: “destabilizzate la Libia, e avrete il terrorismo, l’immigrazione di massa, la disperazione alle porte“.

Ma il governo Cameron, questa volta la destra inglese, la Francia di Sarkozy, e Hillary Clinton, negli Usa, vollero la guerra, con il beneplacito di Obama.

I risultati li abbiamo visti. Tra un po’ di anni una inutilissima commissione ci dirà quello che tutti sapevamo, e che i giornali ci hanno nascosto. Perchè, ricordiamolo, durante la guerra in Libia i giornaloni si schierarono per il conflitto, e il presidente Napolitano, approfittando della sua forza, costrinse Berlusconi e la Lega, recalcitranti, ad accettare la distruzione della Libia… ma anche la morte della nostra politica estera.

Balziamo qualche anno più avanti: gli Usa di Obama e Clinton vogliono un’altra guerra folle, quella in Siria. A fermarla, in extremis, l’azione congiunta di papa Francesco e di Vladimir Putin (settembre 2013): Putin costringe Obama, mediaticamente debole anche in patria, a sostituire l’azione militare con la distruzione delle armi chimiche di Assad (armi chimiche, per la verità, anche questa volta molto raccontate e favoleggiate, ma mai viste).

Così l’uomo che in Occidente viene sempre presentato come l’incarnazione del male, aveva visto giusto sia in Libia (se Putin fosse stato presidente della Russia nel 2011, forse quella guerra non si sarebbe fatta), e in Siria. Ed oggi è il vero nemico dell’Isis.

Ma da noi, in un’Italia che con Renzi non ha politica estera, che si muove tra proclami altisonanti e nessun fatto, tutti raccontano la favola della brava Hillary Clinton, esattamente come si raccontava la favola del mitico e buon Blair pochi anni orsono. Eppure la Clinton ha votato e sostenuto le guerre in Iraq, la guerra in Libia, e ha fortemente voluto, senza successo, la guerra in Siria. Mentre oggi è appoggiata da coloro che vogliono lo scontro con Iran e Russia, per paura che gli Usa perdano definitivamente parte del loro prestigio mondiale.

Chi ha creduto a Saddam con il III esercito più potente del mondo, alle armi di distruzione di massa di Saddam prima e di Assad dopo, può oggi credere che la Clinton, legata mani e piedi al partito della guerra, compresi i vecchi sostenitori delle guerre di Bush, che sono passati al suo fianco, sia il presidente giusto per gli Usa.






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