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Herbert Dorfmann:«La difesa comune europea non può più attendere»

Con la vittoria di Donald Trump alle elezioni statunitensi, l’Unione europea si trova, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, di fronte al dilemma di come provvedere alla propria sicurezza. 

Dal 1949 ad oggi, gli Stati Uniti, attraverso l’ombrello della NATO, sono stati corresponsabili per la sicurezza in Europa. Resta, però, ancora da vedere se la nuova amministrazione continuerà in questa direzione.

Già durante la campagna elettorale, Trump ha messo abbondantemente in chiaro che la sicurezza europea non è tra le sue priorità di politica estera. Ha più volte minimizzato l’importanza strategica della NATO, accusando i paesi europei di non avere contribuito sufficientemente all’alleanza, e ha fatto intendere che, con lui presidente, gli Stati Uniti valuteranno di volta in volta se intervenire in difesa degli alleati.

Non ha tutti i torti. Negli anni passati, gli stati europei hanno ridotto di anno in anno il loro budget per la difesa, affidandosi, forse troppo, all’impegno economico e organizzativo degli americani all’interno della NATO.

Per l’Europa, l’elezione di Trump rappresenta una chiamata forte e chiara a prendere in mano le redini della propria politica di difesa. Il progetto di una difesa comune europea aveva già ripreso vigore dopo il referendum sulla Brexit. Lo scorso 28 giugno, infatti, l’Alto rappresentante dell’Unione, Federica Mogherini, aveva presentato al Consiglio europeo la “Strategia globale dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza”, un documento programmatico che prevede, tra le altre cose, una maggior integrazione dei paesi europei nel settore della sicurezza e della difesa.

Lunedì, in un incontro con i ministri degli Esteri e della Difesa dell’Unione europea, Mogherini ha presentato le prime proposte concrete per mettere in atto la strategia globale dell’Unione. Un piccolo passo in avanti verso una difesa comune europea, dopo anni di discussioni e tentativi a vuoto, a causa dell’opposizione del Regno Unito, che si è sempre rifiutato di avallare l’istituzione di un organismo parallelo alla NATO.

L’obiettivo è, per ora, limitato: non si tratta di creare un esercito comune, che, peraltro, non ha neanche la NATO, e neppure di difendere il territorio europeo. Con le nuove proposte si punta, piuttosto, a sfruttare appieno tutti gli strumenti previsti dai trattati e a sviluppare nuove capacità europee, per far fronte alla rinnovata minaccia del terrorismo e per intervenire nelle guerre in corso nei paesi vicini.

Mogherini avrà tempo fino alla prossima primavera per presentare un piano dettagliato. Nel documento di lunedì, si fa riferimento a una collaborazione tra gli Stati membri nell’industria della difesa, all’impiego dei cosiddetti “battlegroups”, i gruppi di combattimento multinazionali pronti a partire in una decina di giorni per i luoghi dove c’è una situazione di crisi, e, più in generale, a un maggiore sforzo finanziario da parte dei governi e allo sviluppo di una cooperazione rafforzata in materia di difesa, che permetta di decidere a maggioranza qualificata, liberandosi così dal freno dell’unanimità, che ancora vige in questo settore.

In particolare, per quanto riguarda i “battlegroups” europei, va notato che ne esiste già uno, l’Eurocorps, che ha sede a Strasburgo. Potremmo cominciare proprio da qui, dando a questa forza di intervento un ruolo maggiore rispetto a quello attuale.

Il clima è maturo per questi sviluppi. Lo spettro della fine della protezione americana dovrebbe convincere anche gli Stati membri finora contrari a una maggiore integrazione, come la Polonia, a rivedere le loro posizioni e a sostenere uno sforzo comune in ambito militare.

Paradossalmente, in un momento in cui l’esistenza stessa dell’Unione europea è messa in discussione, i cittadini europei necessitano più che mai di un’Unione forte. Nessuno Stato membro dispone, infatti, né della forza né delle risorse necessarie per affrontare da solo le minacce all’interno e all’esterno delle proprie frontiere.

A cura di Herbert Dorfmann, Europarlamentare eletto nel collegio del Trentino Alto-Adige






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