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Coro della SOSAT di Trento: la voce del Presidente

Dopo le parole del Maestro Roberto Garniga, è la voce del Presidente del Coro della Sosat Andrea Zanotti a farci risuonare nella coralità trentina e non solo.

Presidente Zanotti, il coro della Sosat è simbolo e portatore dei destini di antiche e future generazioni trentine. Un grande compito alla luce di una realtà che invoca la presenza di valori.

“I valori non si inventano, né si predicano: si praticano. E si trasmettono dentro una linea di continuità generazionale. In questo senso la tradizione orale rappresenta una catena di trasmissione fortissima, perché implica un rapporto personale diretto di comprensione e stima tra chi è già sulla strada e chi muove i primi passi. Il canto rappresenta forse la forma più efficace e suggestiva di tradizione orale, perché fonde parola e musica, intelligenza e sentimento: per questo sa toccare e muovere corde profonde della nostra identità. In questo senso sì, penso davvero che si possa convenire che il praticare la canzone popolare di montagna rappresenti un esercizio esigente di responsabilità”. 

Il canto corale di montagna come forza e speranza per coloro che hanno avuto il coraggio di ricominciare dopo due conflitti mondiali, per ricordare e per unire. Crede che questo messaggio riesca a raggiungere anche i giovani d’oggi?

“Le lacerazioni che la storia ha prodotto nell’ultimo secolo del millennio appena trascorso hanno inciso profondamente nella storia e nella epopea dei popoli, in specie europei, lasciando un cumulo spaventoso di macerie. E proprio dall’enormità di quella tragedia ha potuto nascere la voglia di ricostruire, di rifondare un destino collettivo di libertà. Oggi, per le generazioni più giovani, quella storia rischia di essere sconosciuta e distante: il pericolo, semmai, è rappresentato per loro dalla solitudine desertificante alimentata da una tecnologia invasiva alla portata di tutti. Gente che mangia guardando tablet e cellulari, parlando da soli per strada, aspettando messaggi ad ogni ora del giorno e della notte. Il cantare insieme, l’ascoltarsi, il rispettare i tempi e la voce dell’altro, costituiscono – in controtendenza rispetto a questa realtà radicalmente antiumanistica – un antidoto e un messaggio potente”.

Forse la persona più fiera del suo ruolo di Presidente è suo padre Roberto, che insieme all’amico Nino Peterlongo ha gettato le fondamenta di questa realtà e a cui ha donato la sua voce per una vita.

Cosa le direbbe oggi suo padre?

“Ricòrdete che cantàr l’è, prima de tùt, volèrse ben”.

Cosa provava nell’ascoltare la voce di suo padre che cantava?

“Sono nato intingolato nel canto di montagna: in famiglia, quando ancora non c’era la televisione e visto che eravamo tutti intonati, dopo cena si cantava. Si andava a letto solo quando i miei cantavano la loro canzone di innamorati: Ai preat le biele stele, il canto che narra della divisione che la guerra porta (e che avevano vissuto sulla propria pelle) e della speranza di ricongiungersi. Ricordo poi che spesso le prove di coro avevano un’appendice a casa mia, dove ascoltavo, bambino rapito, quelle voci straordinarie intonare sommesse l’ultima canzone. Nella voce di mio padre trovo oggi, ripensandoci, la mia radice più profonda”.

Cosa prova nell’ascoltare oggi le esibizioni del suo coro guidato da Garniga?

“Non voglio esprimere giudizi tecnici che non mi competono: ma certo quando cantano concentrati e consapevoli di ciò che portano nel cuore, provo un’emozione grande. E’ come vedersi allo specchio: è come sentire vibrare nell’anima le corde più profonde dell’essere. Il mio coro è un dono straordinario: e lo è anche Roberto, il nostro condottiero, il Maestro che lo dirige”.

La gioventù porta freschezza, aria nuova. È stato così anche per il suo coro con l’arrivo alla direzione del giovane Maestro Garniga?

“La freschezza da sola non basta: è un ingrediente, non l’intera ricetta. L’arrivo di Roberto Garniga risponde ad un disegno preciso: quello di recuperare – come recita il titolo della nostra ultima incisione – le nostre origini. Esse ci parlano di un canto popolare che conosce ascendenze liriche, cantato a voce piena, generosamente spontaneo. Per recuperare spontaneità e freschezza sono necessari, però, un grande rigore filologico ed una disciplina di prim’ordine. La facilità e l’improvvisazione che traspaiono oggi sono dunque frutto di un lavoro duro e di un affinamento continuo: ed è questo che abbiamo chiesto e chiediamo ad un Maestro giovane che già ha aperto un grande ciclo nella lunga storia del Coro della SOSAT”.  

C’è un sogno nel cassetto che serba per il Coro della Sosat?

“Sì, molti. Ma i sogni si tengono stretti tra i denti e non si confidano: si raccontano quando diventano realtà”.

 






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