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Come dare brutte notizie in ambito medico.

Camice bianco e una cartella con i risultati degli esami. Attimi sospesi nell’aria del reparto di ospedale, che tanti hanno conosciuto. Parole che scalfiscono cuore e mente, in modo indelebile.

Come dare cattive notizie in ambito medico è il frutto di anni di lavoro accanto a medici, infermieri e operatori sanitari e di un attento studio del libro inglese How to break bad news: A Guide for Health Care Professionals, di Robert Buckman e Yvonne Kason.

Gli autori sono padre e figlia, Alessandro e Chiara Lucchini.

Alessandro Lucchini è l’anima, insieme con Paolo Carmassi, di Palestra della scrittura, ‘un laboratorio di ricerca sul linguaggio,’ nato nel 2005, ‘un luogo pensato per sperimentare soluzioni nuove, sviluppare percorsi cognitivi e trasferire conoscenza.’ Ricerca e formazione, dunque, per coltivare la cultura della relazione e del linguaggio.

Chiara Lucchini collabora con Palestra della scrittura mettendo a frutto, anche grazie a una formazione giuridica e teatrale, l’attenzione per le parole e per le loro rappresentazioni soggettive.

Alessandro perché creare una guida per le comunicazioni delle brutte notizie?

Tutti gli operatori sanitari sanno che dare brutte notizie è una parte difficile del loro lavoro. Ma è inevitabile. E, nonostante sia così comune, si sa così poco di come si dovrebbe fare per darle, queste cattive notizie. Nella carriera universitaria ai medici non viene insegnato molto su questo tema.

Tutti i professionisti sanno che è parte della loro responsabilità, ma non ci sono linee guida generalmente accettate su come andrebbe fatto in modo efficace. Abbiamo quindi studiato How to Break Bad News – A Guide for health Care Professionals, di Robert Buckman, un oncologo che ha scritto questo libro insieme con una psicoterapeuta, Yvonne Kason.

Non c’è dubbio che dare cattive notizie è importante, e sta diventando ancora più importante. Qualche decennio fa, le capacità diagnostiche erano le tecniche essenziali del medico. Gli aspetti relazionali e il dialogo medico-paziente erano ritenuti meno centrali.

Oggi, anche in conseguenza di maggiore consapevolezza sul diritto del paziente all’informazione e alla scelta, gli operatori sanitari devono spendere più tempo a spiegare le situazioni ai pazienti. Se la notizia è cattiva e le implicazioni sono serie, molti pazienti vorranno più informazioni e più approfondimenti rispetto a una situazione più semplice e leggera. Questi colloqui sono i più difficili per gli operatori sanitari, ed è qui che strategie chiare e buone capacità comunicative sono cruciali.”

Essere un bravo medico capace di comunicare con il paziente: cosa vuol dire secondo te?

È proprio quello che cerchiamo di capire, da anni. Lavoriamo a fianco di medici, infermieri e operatori sanitari, per trovare e divulgare le tecniche di comunicazione più efficaci in un ambito professionale così difficile. Il nostro libro-ricerca Il linguaggio della salute ne è il risultato più concreto.

Tra le capacità comunicative di base che il medico deve avere, la prima è l’ascolto: è fondamentale per il medico acquisire le tecniche necessarie per dimostrare che sta veramente ascoltando il paziente. Spesso, ai pazienti, i medici appaiono scarsi proprio nell’ascolto.

Quando la temperatura emotiva cresce, è più importante mostrare che chi parla viene ascoltato.

Nella pratica clinica, i maggiori problemi sono causati dal fatto che il medico ascolta poco, o sembra che non ascolti: di media, il tempo lasciato al paziente per parlare prima di essere interrotto dal medico è di circa 20 secondi, e solo il 23% dei pazienti riesce a finire le frasi di apertura. Regola di base: lasciar parlare le persone. E offrire una sensazione concreta di aver ascoltato.”

E come si fa a offrire la sensazione concreta di aver ascoltato?

Mentre il paziente risponde alle domande, l’interlocutore deve mostrare di essere in modalità ascolto e deve lasciar parlare il paziente, evitando di parlargli sopra, e interromperlo solo se davvero necessario. Bisogna poi incoraggiare il paziente a parlare e mantenere il contatto visivo, accettando brevi silenzi, resistendo alla tentazione di riempirli subito.

Dopo che il paziente ha parlato, per mostrare di avere ascoltato, è utile la ripetizione: riprendere una o due parole chiave dell’ultima frase del paziente. O anche la reiterazione (o parafrasi), che significa ripetere quello che il paziente ha detto, con parole diverse. 

Insomma l’ascolto non è solo una dote di natura: si può allenare.

L’ascolto anzitutto, dunque. E il “medichese”?

Certo, altra cosa da evitare è l’uso del gergo, del linguaggio troppo tecnico, magari per nascondersi o proteggersi un po’, proprio quando si devono dare cattive notizie o altre informazioni dolorose o preoccupanti. Il gergo confonde e aliena i pazienti e spesso li porta a fraintendere e a dimenticare ciò che hanno ascoltato.

Accade spesso anche che il medico parli al paziente dall’alto in basso: il miglior modo per comunicare con i pazienti è parlare da eguali, che è quello che la maggior parte dei pazienti vuole, specie quando vede poche prospettive davanti a sé.”

Quanto è difficile affrontare la morte nella nostra cultura?

La società contemporanea è in una fase di rifiuto della morte. Il prezzo di questo rifiuto è pagato dalla persona la cui vita è minacciata, e che deve affrontare la morte; ma anche dagli stessi professionisti, quando devono informare questa persona di quella minaccia. 

Oggi molti adulti non hanno mai visto nessuno morire nella propria casa, a differenza di quanto accadeva solo fino a un secolo fa. In passato spesso un bambino cresceva in una famiglia estesa con i genitori e con i nonni, e gli veniva impresso il senso della continuità della vita, del processo dell’invecchiamento, della naturale inevitabilità della morte. Oggi molti hanno perso quel senso di continuità e guardano alla morte come qualcosa di separato dalla storia della vita.

Oltre alle ragioni sociali del fastidio per la morte, ci sono altre ragioni personali. La paura di una malattia terminale e di morire è lontana dall’essere uno stato emozionale monolitico: può comprendere centinaia di paure individuali. Ogni essere umano avrà una combinazione differente e unica di paure e preoccupazioni. Tra queste: paura della malattia fisica; paura degli effetti psicologici; paura della morte in sé; paura del trattamento; paura per la famiglia e per gli amici; paura per la situazione economica, lo stato sociale, il lavoro.”

Mettersi nei panni dell’altro: qual è la difficoltà più grande che incontra chi comunica cattive notizie?

Mettersi nei panni dell’altro è difficile in generale. Io sto bene a malapena nei panni miei, figurati nei panni tuoi, e figurati se tu stai soffrendo. Mi limito a un’osservazione linguistica: in italiano si dice “mettersi nei panni dell’altro”; in inglese l’espressione è più pregnante, si dice “nelle scarpe dell’altro”. E non solo “mettersi”, ma “camminare nelle scarpe dell’altro”. To walk in someone’s shoes. Quindi entrare nell’intimità, nella scomodità, nella sofferenza, a volte nella sporcizia, nella disperazione dell’altro. Rende l’idea del perché cerchiamo di stare nei nostri comodi panni?”

Comunicare per creare relazione: è possibile nel mondo sanitario?

Sì, è possibile, proprio allenandosi sulle capacità comunicative cui abbiamo fatto cenno. Ascoltare attivamente il paziente e dimostrare poi di aver ascoltato, diminuire il più possibile il linguaggio tecnico che confonde il paziente, porsi su un piano di eguaglianza, sono tutti aspetti che aiutano a creare relazione.

Un altro strumento utile è la risposta empatica, che è una delle più importanti vie con cui un medico può rispondere ai sentimenti del paziente, rendendosi profondamente consapevole delle sue emozioni.” 

Qual è l’errore più grande che può fare un medico nella comunicazione con il paziente?

Alcuni errori li abbiamo già visti: non ascoltare il paziente, o ascoltarlo male, è tra i più gravi. Poi, ordinare esami e impostare terapie senza chiedergli spiegazioni. Così facendo si perdono informazioni importanti, perché la malattia può essere la stessa, ma ogni persona la vive in modo del tutto personale. 

Un altro errore è parlare con un gergo e un linguaggio tecnico che il paziente non capisce: in questo modo si interrompe la comunicazione, si instilla un senso di alienazione del paziente, che dimenticherà presto le informazioni ricevute.

E poi abbiamo già parlato del comune atteggiamento di porsi nei confronti del paziente dall’alto in basso, invece che in un rapporto fra eguali: questo provoca un senso di soggezione che indebolisce la relazione.”

Si possono cancellare dalla memoria le parole inadeguate e inopportune che hanno annunciato cattive notizie?

Difficilissimo. Alcune parole vanno più in profondità nel nostro cuore, sia facendoci bene sia facendoci male. Sono le nostre parole chiave, quelle che titolano i momenti importanti della nostra vita. Purtroppo quando riceviamo notizie cattive sulla nostra salute o su quella dei nostri cari, certe parole ci s’imprimono nell’anima. Cancellarle è un’impresa. È possibile ristrutturarle, ridefinirle, cambiar loro almeno un po’ il significato. C’è in rete un bellissimo video, che usiamo spesso nei corsi, su questa pratica, che mostra il potere delle parole. Occorre però sempre molta attenzione, pazienza, impegno e, ancora, un buon ascolto dell’altro.”

Ci si può preparare a ricevere cattive notizie?

Sì, certo. Bisogna vedere su quali aspetti. Sugli aspetti cognitivi sono poco ottimista. La totale asimmetria cognitiva, incolmabile, tra chi dà la notizia e chi la riceve, in genere lascia del tutto sguarnito il ricevente. Possiamo informarci, studiare, andare in internet (aiutooo!!!), ma difficilmente avremo la cultura necessaria per comprendere a pieno, razionalizzare, e quindi contenere l’impatto di quella notizia. Le emozioni la faranno da padrone. Sul piano emotivo invece credo che sì, ci si possa preparare. Ma bisognerebbe iniziare questo lavoro più da lontano, non proprio a ridosso di un problema di salute: lì è tardi. Costruirsi una struttura emotiva capace di leggere le negatività, di capire quali si possono aggirare e quali si debbono accettare. Rendersi conto il più presto possibile che il ciclo della vita comprende il dolore, la sofferenza, perfino la morte. È un lavoro su se stessi che molte persone sanno fare. Qualcuno ha il dono della fede religiosa, e si aiuta con quello. Qualcun altro usa altri supporti. L’importante è trovarsi un aiuto.”






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