Main Menu

Progetto Famiglie in rete: la solidarietà continua la sua corsa inarrestabile

Sono passati dieci anni da quel giorno.

Il giorno in cui in un ufficio dell’ex AULSS 8, ora AULSS 2 Marca Trevigiana, distretto di Asolo, si cercavano delle risposte. Gli operatori avevano nella mente e nel cuore importanti domande a cui rispondere:

Come poter aiutare le famiglie in difficoltà? Come fare in modo che le famiglie ritrovino la voglia di essere famiglia?

Ecco che dall’ascolto arriva l’intuizione… Nessuna nuova invenzione ma un ritorno al passato.

Perché non tornare indietro nel tempo e cercare di fare in modo che le persone ritrovino la voglia di stare assieme, di narrarsi, di esserci l’uno per l’altro, di accogliere, di essere prossimo a qualcuno, di assumersi la responsabilità e condividerla con altri nei confronti di chi è in difficoltà?

Da quel giorno dieci anni di lavoro hanno portato alla nascita di 23 reti in 24 Comuni dell’ex AULSS 8, 104 in tutta la Regione Veneto:

8 famiglie/persone presenti in media in una rete per un totale di 202 famiglie/persone coinvolte, 704 in tutto il Veneto.

82 famiglie accolte, 229 nella Regione. 13 AULSS e 16 Comuni afferenti a Selvazzano che hanno aderito al progetto Famiglie in rete. 137 Comuni sensibilizzati all’iniziativa.

Numeri che parlano di famiglie, di calore, di amore. Un successo che non accenna ad arrestarsi. Convegni, seminari, serate informative, una formazione continua degli operatori e delle famiglie. Una macchina dagli ingranaggi ben oliati che non intende fermarsi, anzi.

Questo accade nella vicina regione del Veneto. Qui la solidarietà vince, qui un uomo può essere accanto a un altro uomo assieme alle istituzioni.

La società civile ha risposto alla costante crescita dei bisogni e le istituzioni si sono poste allo stesso livello delle persone, delle famiglie. Si sono messe allo stesso tavolo e hanno iniziato a lavorare assieme, hanno concretizzato un PROGETTO: FAMIGLIE IN RETE.

Famiglie che insieme ai servizi hanno creato rete e si sono aperti in aiuto alla sofferenza del prossimo.

Il dottor Pasquale Borsellino ha avviato e realizzato il cerchio sociale in una terra pronta ad accogliere l’impulso di cambiamento che questo progetto porta: concretizzare la solidarietà, l’aiuto, la crescita umana e professionale.

Come è stato possibile fare tutto questo?

In quell’ufficio, 10 anni fa, erano presenti degli operatori, fra i quali Lucia Pavan educatrice (ora anche coordinatrice del Progetto Famiglie in rete) e Petra Tomaello assistente sociale del Comune di Trevignano (TV). Le abbiamo intervistate.

Nell’anno 2007 lei ha visto nascere il progetto Famiglie in rete, ci può raccontare come è avvenuto e cosa ha portato di nuovo nel suo operare verso l’altro?

Lucia: “Si, ho visto nascere il progetto Famiglie in rete, non si tratta di un progetto classico, nato a tavolino, ma di un’idea del dott. Pasquale Borsellino che ha preso forma e si è concretizzata nel nostro territorio. Un’idea di un nuovo modo di lavorare. Ho impostato il mio operare secondo logiche diverse, ossia secondo sussidiarietà, orizzontalità, un andare oltre i confini del mio essere un operatore di un Servizio Specialistico.È stato un lavoro di crescita costante che ha portato ora ad essere Famiglie in rete.

Petra: “Il dott. Borsellino ha fatto una proposta alle assistenti sociali del territorio di un’idea effettiva di progetto. Non c’era nulla di definito e organizzato, nulla di concreto, ci ha offerto solo la possibilità di lavorare tutti assieme, sotto la sua direzione, con il territorio e con le famiglie per dare forma e rendere reale la sua intuizione.”

All’interno di una rete tutto viene deciso in totale condivisione, famiglie e operatori si trovano insieme allo stesso piano. Ognuno è responsabile di quello che succede, nessuno prende decisioni per un’altra persona, non c’è nessun capo. Come è stato e come è possibile creare questa orizzontalità?

Petra: “Inizialmente per me non è stato semplice creare questa orizzontalità. C’è voluto uno sforzo. Cosa significava orizzontalità nel relazionarmi con delle famiglie del mio comune con le quali sarei andata a lavorare o a progettare nel territorio? Avendo un’esperienza come assistente sociale, il mio primo istinto era quello di intervenire, era quello di dare risposte, era quello di dare delle soluzioni anche ai quesiti che venivano posti nelle riunioni dalle famiglie.

Quando ho capito che potevo fare un passo indietro e potevo non necessariamente dare delle risposte, credo che lì, in quel momento, io abbia cominciato il mio cammino verso l’orizzontalità. Ho lasciato che le famiglie in qualche maniera ponessero i quesiti e ho lasciato loro la possibilità di trovare le soluzioni.”

Lucia: “Sottoscrivo quello che ha detto Petra e secondo me il passaggio all’orizzontalità è stato possibile attraverso la co-responsabilità. Da parte mia significava lasciare andare parte della responsabilità e da parte delle famiglie quella di prendersela, ovvero di non attivare i processi di delega ai servizi ma attivare dei processi di responsabilità, in cui io dovevo e potevo permettermi di lasciarne parte della mia. Tutto questo è stato possibile solo con un dialogo franco e sincero grazie alla relazione trasparente e leale costruita e instaurata con le famiglie e fra operatori. Il tutto visto in un’ottica non di giudizio ma di crescita insieme.

Quali sono state le difficoltà nel partecipare al progetto Famiglie in rete?

Lucia: “Al di là delle difficoltà oggettive come ad esempio i vincoli di orari e la gestione della parte amministrativa legata al nostro contratto di lavoro, per me le difficoltà maggiori sono state due:innanzitutto l’accettare di mettermi in discussione costantemente e in maniera diversa. Seguo più reti di famiglie e per ogni rete significava ri-giocare il proprio ruolo di operatore, operatore che in anni di carriera ha costruito la sua professionalità su presupposti diversi e significava ri-definirsi in termini di persona. Poi, il confronto con i colleghi dei Servizi Specialistici che non comprendevano quale era la specificità del progetto Famiglie in rete e che valore poteva avere all’interno di un contesto quale il Servizio di cura e tutela dei minori.”

Petra: “Le difficoltà maggiori per me sono state quelle di adattarmi ad un orario di lavoro flessibile e diverso da quello di prima (la sera, il sabato, la domenica); quella di avere una modalità di pensiero e di relazione leggermente diversa, il progetto mi ha chiesto una presenza molto più impegnata e impegnativa dentro il territorio con le famiglie e gli altri attori coinvolti; diverso da un contesto classico dell’ufficio, di dare la mia disponibilità alle famiglie oltre i meri compiti operativi e il mero orario del mattino o quello stabilito dall’ente; quella di sviluppare una modalità nuova di guardare il territorio: quella di cambiare il punto di vista non più da assistente sociale ma da soggetto che è nel contesto, nella comunità.”

Potrebbe elencare gli ostacoli sia nelle famiglie che negli operatori, che sono emersi nel partecipare al progetto Famiglie in rete?

Lucia: “Uno degli ostacoli per le famiglie è stato sicuramente quello di vedere dei professionisti che normalmente danno risposte, chiedere consigli, mettersi al loro pari.

Da parte di noi operatori, quello di accettare di avere delle famiglie, che solitamente usufruiscono di servizi, in rete come co-terapeuti. Due facce della stessa medaglia.

Un altro ostacolo è stato il tempo: il tempo delle famiglie non è il tempo dei servizi (dato da leggi, normative, da questioni istituzionali, non in linea con i tempi di chi ha bisogno) e viceversa.

Un altro passaggio importante è stato quello di far comprendere alle persone che noi operatori credevamo in questo progetto al di là delle esigenze di servizio, abbiamo voluto dire che ‘io famiglia, non ti sto usando perché ho bisogno di pseudo operatori ma, io credo in questo progetto, credo nell’attivazione del territorio, credo che tu come famiglia possa arrivare, alcune volte, ove io non posso’. E allo stesso tempo noi operatori dirci di non ‘usare’ le famiglie per risolvere i problemi che si incontrano quotidianamente.”

Petra: “Sono d’accordo con Lucia. Gli ostacoli che possono emergere dipendono tantissimo dall’esperienza del singolo Comune o del singolo territorio. Dalla mia esperienza come operatore, ostacoli veri e propri credo di non averne avuti.

Per altri colleghi gli ostacoli incontrati sono stati questi: un’amministrazione che non comprende bene il progetto che si sta avviando, un Ufficio personale che fa problemi quando si deve uscire in orario serale, perché non ti può dare gli straordinari, oppure perché sei un operatore di cooperativa e non hai diritto ad alcune agevolazioni.

Devo dire che nel mio Comune di Trevignano non li ho incontrati, grazie alla sensibilizzazione dell’amministrazione e di un ufficio personale flessibile. Sono riuscita a operare nel miglior modo possibile senza vincoli di orari o imposizioni, forse forte del mandato istituzionale concessomi. Tutto quello raccontato da Lucia non lo leggo in termini di ostacolo ma di frutti.

Questo nuovo modo di lavorare, di essere con le famiglie, di costruire legami, di essere nel territorio e di vederlo in maniera diversa, non è altro che la possibilità che viene data con il progetto Famiglie in rete e il frutto di questo processo di trasformazione.

Qualche ostacolo c’è stato anche da parte di qualche collega. Quando il dott. Borsellino mi ha proposto il progetto ho detto: ‘No! Non ne posso più! Non lo voglio fare’, ma successivamente l’idea di cambiare qualcosa, anche il mio modo di lavorare ha stuzzicato la mia voglia di fare; non è stato così per altri colleghi che hanno visto un’estrema difficoltà il cambiamento richiesto.”

Quali sono i frutti del processo di trasformazione posto in essere che hanno raccolto gli uni e gli altri?

Petra: “Il frutto per me è stato quello di conoscere finalmente il territorio dentro il quale mi trovavo a lavorare nonostante fossero molti anni che lavoravo nel Comune di Trevignano. Con l’avvio del progetto mi sono resa conto che non conoscevo una parte della comunità in cui opero, quella vissuta quotidianamente dalle famiglie e non parlo solo di quelle in difficoltà ma delle ‘famiglie risorsa’.

Ho potuto vedere il mio territorio sotto il punto di vista delle relazioni, della vita, delle possibilità e non solo dei problemi. Il frutto a livello personale è quello di aver conosciuto tante persone, di aver instaurato molte relazioni nuove, positive, che mi hanno fatto crescere. Un altro frutto a livello professionale: quello di cambiarmi, di essere più flessibile e di avere una visione un po’ più ampia e diversa delle stesse situazioni.”

Lucia: “Aggiungo in più a quello che ha detto Petra che il frutto per me più grande è stato quello di crescere da un punto di vista umano e professionale. Forse aggiungerei che diventa curativo per noi operatori lavorare con la parte sana della comunità, diventa una prevenzione al burnout al quale noi operatori rischiamo di essere vittime.

Per le famiglie credo sia diventato un momento significativo. Come dice il dott. Borsellino richiamando Zygmunt Bauman, in una società liquida come la nostra, senza legami, che poco si ascolta e dell’usa e getta anche nei rapporti, trovare all’interno del progetto Famiglie in rete relazioni stabili, persone che si confrontano e vivono in un mondo di cui loro sono in parte responsabili, ove possono dire la loro e sono ascoltati, un percorso di crescita personale profonda, non banale, è una cosa importante. La rete è intima, attraverso i nostri racconti passa la profondità della relazione: questo, secondo me, è una fortuna incontrarlo nella propria vita.”

Quali sono i requisiti fondamentali affinché una rete si auto-tuteli e non si dissolva? Come fa ad auto-tutelarsi una rete?

Lucia: “Credo attraverso la coerenza massima ai principi metodologici del progetto. Una rete può tutelarsi se è autenticamente orizzontale, ecologica e co-responsabile. Inoltre nel dare un eguale spazio ai tre perni del progetto: alla sensibilizzazione (aumentare la capacità del territorio di essere sussidiario e accogliente che questo porta a un miglioramento della comunità, indipendentemente che entrino famiglie in rete o no), all’attivazione di progetti di accoglienza che diventano benzina per il motore delle reti (questo serve per generare; le famiglie trovano, perché c’è un rapporto di reciprocità, energia dalle famiglie che accolgono) e alla rete stessa, cioè il gruppo. Se viene tralasciata la cura di uno di questi tre elementi importanti, la rete va in crisi.”

Petra“Secondo me è fondamentale negli aspetti descritti da Lucia la presenza continua degli operatori. Perchè in questa orizzontalità, in questa condivisione di responsabilità, in questo cammino fatto insieme dove ognuno porta quello che può portare come persona, il fatto di essere presente come operatore serve per raccogliere il sentire del territorio, per elaborarlo assieme e cogliere anche professionalmente quello che accade affinchè ne rimanga traccia. Perchè alla fine di questo percorso si possa trarre insegnamento dal punto di vista relazionale e dal punto di vista della costruzione di nuovi progetti.”

Secondo lei, le caratteristiche culturali e le tradizioni della regione Veneto hanno aiutato la nascita del progetto?

Petra: “Per alcuni aspetti penso di si; una cultura di accoglienza, di aiuto reciproco comunque esiste da sempre, non so se sia o sia stato determinante ma credo che un elemento di base ci sia stato. Oggi con i cambiamenti culturali che sono avvenuti negli ultimi decenni forse l’aspetto dell’accoglienza ha avuto la necessità di essere visto più che stimolato.”

Lucia: “Non saprei rispondere a questa domanda, nel senso che sicuramente tradizionalmente i figli d’anima, l’aiuto reciproco fa parte del nostro bagaglio culturale tipico della nostra regione o della nostra tradizione. Credo però che questi aspetti vadano al di là dei confini regionali e che siano intrinsechi dentro l’umanità. Se noi guardiamo il sostegno che esiste in altri contesti non solo a livello nazionale ma anche mondiale credo che ritroviamo sempre sia l’aiuto reciproco che il farsi carico uno dell’altro.”

A un’assistente sociale che volesse aderire al progetto quale consiglio darebbe?

Petra: “Per me la trasparenza e la genuinità. Non avere timore di farsi vedere come si è, prima di tutto come persona con le proprie caratteristiche, anche con le proprie paure, criticità e debolezze. Un operatore deve innanzitutto essere una persona, gli aspetti di essere operatore entrano poi nel percorso.”

Lucia: “Di lasciarsi andare e fidarsi del territorio in cui opera e delle sue risorse, delle famiglie. Cambiare i propri paradigmi, o un operatore vi riesce oppure è difficile. Per me aver aver fatto questo salto, ovvero aver dato fiducia alle famiglie è stata una scoperta positiva.”

A una famiglia che volesse entrare in una rete per accogliere i bisogni altrui, invece, cosa direbbe?

Petra: “Direi che sicuramente nella rete avrebbe la possibilità di accogliere i bisogni altrui, ma avrebbe anche l’opportunità di intraprendere delle nuove relazioni.  Direi che se ha intenzione di entrare nel progetto di farlo essendo se stessa in maniera genuina e portando quello che può che può portare di sè. Non è un luogo dove i servizi chiedono alle famiglie qualcosa, è un luogo ove una famiglia può condividere con altre famiglie delle esperienze di accoglienza, esperienze di formazione ma sono soprattutto esperienze di relazione che possono arricchire.”

Lucia:Noi non stiamo cercando dei solutori di bisogni, non stiamo cercando delle persone che vogliono aiutare gli altri ma persone che vogliono fare assieme a noi e altre famiglie un pezzo di strada in un territorio. Cerchiamo delle famiglie che vogliono mettersi in relazione con noi.”

Come è cambiata da quando quotidianamente porta avanti il progetto? È una Lucia/Petra diversa da prima della nascita del progetto?

Lucia:Non so se sono cambiata così tanto, è sempre stata questa la natura del mio lavorare. Non credo di essere cambiata tanto nel portare avanti questo progetto, credo che il progetto mi abbia permesso di trovare la mia dimensione. Mi stanno stretti i vincoli, la scissione tra personale e professionale, con il progetto ho trovato il modo di esprimere quello che per me è ESSERE EDUCATORE DI TERRITORIO.”

Petra: “Io credo che il progetto mi abbia aiutata a cambiare diverse cose. Come operatore un certo modo di lavorare; anche se nella mia testa c’era l’idea e la voglia di dire mi piacerebbe essere un operatore che ascolta le persone che vivono il territorio, di fatto prima non lo ero. Intraprendere il progetto mi ha permesso di modellare il modo di operare per diventare quello che effettivamente io avrei voluto essere.

Un’altra cosa è che ho preso consapevolezza che il mio modo di essere persona va di pari passo al mio essere operatore.  Non posso essere un’assistente sociale in un modo e persona in un altro.  Il progetto mi ha permesso non solo di essere consapevole di questo, ma anche di accettarlo e di farlo mio. Quindi di decidere che il mio essere assistente sociale è legato profondamente al mio modo essere persona, di relazionarmi e di stare con gli altri.

L’altra cosa importante che è cambiata in me è il mio modo di ‘leggere’ le situazioni, ovvero vederle non solo con un ottica di problematicità. Per quanto se ne parli tanto e a scuola ti insegnino che le risorse in un territorio sono importanti, mi sono resa conto che fino a che non ho avuto l’opportunità di intraprendere questo progetto non lo ho messo in pratica in maniera concreta.  Ho così, colto aspetti della comunità che prima non vedevo: relazionali, di positività, di costruzione progressiva.

Come ultimo aspetto il progetto ha permesso di guardare me stessa nelle relazioni in maniera diversa e di sentirmi in relazione in modo differente. Mi ha aiutato a cambiare la relazione con i colleghi che lavorano a vario titolo sul territorio. Mi ha aiutato a essere meno critica. Mi ha aiutato ad avere meno pregiudizi.  Lavorare in questo progetto mi ha aiutato a pormi delle domande diverse rispetto a prima e anche a non aspettarmi delle risposte.”

Ci può raccontare qualche aneddoto?

Lucia: “Sarebbero tanti gli aneddoti da raccontare. Uno tra molti: l’anno scorso una signora con il suo bambino che stavamo accogliendo ha bussato alla porta dell’ufficio ove eravamo in riunione di rete e ha portato alla rete dei dolci e una bibita del suo paese. Lo ha fatto per ringraziarci. Ha portato questi doni alla rete, non alla famiglia che la stava accogliendo. Questo è un elemento importante, la signora ha capito che non c’era solo la famiglia ad accoglierla ma c’era una rete, una comunità intera.

È stato significativo perché quello che diciamo e che facciamo ha un valore e viene colto : IL VALORE DELLA RETE.

Allo stesso modo e nella stessa rete avevamo accolto anni fa una famiglia alla quale erano nati tre gemelli. Avevamo dato loro una mano, perché all’inizio con tre gemelli non è facile. Sono poi tornati tutti assieme in Marocco. Da allora sono passati molti anni, i bambini sono cresciuti e la famiglia è rientrata in Italia. Un bel nucleo. In un momento di difficoltà i genitori sono andati da Petra e hanno chiesto aiuto per una delle figlie. Loro si ricordavano del progetto Famiglie in rete e loro erano sicuri che una famiglia della rete era la soluzione ideale per la difficoltà della figlia.

Questo fa capire che le reti stanno assolvendo il loro compito: ‘in una comunità c’è qualcuno che può tendervi la mano quando ne avete bisogno. La famiglia marocchina è stata riaccolta dalla stessa che l’aveva accolta molti anni fa e la bambina è riuscita a uscire dal momento critico che stava vivendo.”

Petra: “Mi viene in mente un ricordo in maniera particolare: un po’ di tempo fa avevo portato in rete la situazione di una famiglia, chiedendo alla rete la disponibilità ad accogliere una mamma con due bambini. Io sono arrivata in rete, senza rendermene conto, avendo in mente il bisogno di aiuto ma la rete non ha risposto alla mia richiesta. Sono uscita da quell’incontro arrabbiata perché per me quella era una situazione da aiutare e la rete invece non aveva deciso in tal senso.

Nel giro di pochissimo tempo senza il mio intervento la rete ha rivalutato la situazione e ha trovato delle soluzioni diverse da quelle che io avevo pensato. Tutt’ora a distanza di tanto tempo stanno ancora aiutando questa famiglia. Questo episodio lo ricordo perché dopo tanti anni che ero in rete, dopo tanti anni che parlavamo di co-responsabilità, di orizzontalità, ho fatto l’errore di pensare con la mia testa di operatore senza fidarmi delle famiglie. Loro mi hanno sorpreso, hanno trovato delle soluzioni molto più valide e solide nel tempo. Una grande lezione di umiltà. Da allora sto attenta ai valori di orizzontalità e co-responsabilità.”

Lucia:Mi piace il tema espresso da Petra: umiltà. Ricordo che in un’altra rete noi operatori abbiamo valutato una situazione facile che facile non era, le famiglie si sono trovate a gestire un’accoglienza problematica. Poter dire alle famiglie con umiltà: ci siamo sbagliati! Le famiglie accettano e comprendono. Noi operatori dobbiamo avere l’umiltà della consapevolezza di non essere sempre nel giusto.”






Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked as *

*