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Le ciminiere dell’ex stabilimento Italcementi, una memoria storica per la città di Trento – di Paolo Peruzzini

Egregio Direttore,

Il voler demolire le due ciminiere dell’ex stabilimento Italcementi a Piedicastello a Trento lo considero come un duro colpo dato alla memoria storica cittadina. Questo risulterebbe essere un assurdo ripulisti delle ultime tracce dell’edificio rimasto nell’area di quella grande impresa dei tempi passati che operò fin oltre al dopoguerra contemporaneamente alle varie SLOI, Grundig, Lenzi, Whirpool e Michelin.

Tutte queste simboleggiavano le grandi imprese nazionali e internazionali che giunsero nel capoluogo trentino tanto da mutarne l’aspetto sia sociale e sia economico. La presenza di tali stabilimenti segnò sicuramente la storia cittadina, sia nel bene e sia nel male.

Difatti se da un lato fu positivo l’aspetto di un rientro economico per le famiglie dei lavoratori e quindi dei suoi abitanti, dall’altra parte occorre doverosamente riesumare quello negativo dovuto al gravoso dazio pagato sia sul piano ecologico e sia su quello ambientale, in modo particolare poi quello ricaduto pesantemente sulla salute pubblica cittadina tanto da causare parecchie vittime. Tant’è queste conseguenze inquinatrici incombono tutt’oggi minacciosamente in certi terreni contaminati che ancora devono essere bonificati.

Personalmente poi questi due manufatti rimasti richiamano anche a ricordi familiari, ossia quando mio nonno da impiegato arrivò nell’inverno del 1963 con tutta la sua famiglia in una gelida Trento direttamente da Salerno dopo gli inizi fatti a Senigallia, quando già lavorava per conto dell’Italcementi.

Tutti i dipendenti del tempo possono testimoniare quanta polvere girasse sia nello stabilimento sia che negli uffici, e difatti i polmoni non risultarono essere altro che dei meri contenitori di cemento con la prevedibile ricaduta sulla salute di ognuno di loro che condannò i più a convivere fin da giovani con problemi di pleurite, silicosi nonché problemi cardiovascolari.

Occorre inoltre ricordare che si deve anche alla presenza dell’Italcementi la salvezza della città da una probabilissima catastrofe ecologica, quando dopo il temporale del luglio 1978 avvenne un terrificante incendio nella già famigerata SLOI a causa della combustione del sodio depositato malamente in quell’area, e che solo grazie alla grande intuizione dei vigili del fuoco fu estinto grazie all’utilizzo di ben 300 tonnellate di cemento trasportate in fretta e furia dai camion aziendali.

Quindi trovo giustificata la spesa prevista di un milione di euro (stimata recentemente dall’ingegner Decaminada) per la loro ristrutturazione e rivalutazione a fronte di quei centinaia destinati allo sviluppo edilizio urbano, che comprendono a volte costosi progetti di studi di fattibilità che finiscono nel nulla.

D’altronde di tante ex aree storiche industriali presenti in città niente o poco è rimasto, si veda il triste epilogo dell’ex Michelin. Una buona idea sarebbe quella d’inserire questi manufatti rimasti in percorsi storici di epoca moderna corredati di appositi cartelloni didattici, giacché in Italia esistono già numerosi esempi di architettura industriale addirittura fregiati di riconoscimento UNESCO come l’intero villaggio di Crespi d’Adda in Lombardia.

Anche un’adeguata illuminazione o eventuali abbellimenti con installazioni estetiche occasionali potrebbero rilanciare nel nostro scenario urbanistico architettonico quelle che si potrebbero definire, a scanso comunque di drammatici rimandi storici, le nostre due “ciminiere gemelle”.

Paolo Peruzzini – Agire per il Trentino






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