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L’ex giocatore di Reggiana e Reggina racconta la sua carriera

Storie di calcio: Matteo D’Alessandro e il romantico sogno

Il volto pulito e schietto di un ragazzo venuto dalla provincia. La chioma composta, un filo di barba incolta, una maglia da onorare con impegno e rispetto.

Giocare al pallone è il sogno di ogni fanciullo, cullato per anni tra sacrifici e rinunce.

Matteo D’Alessandro nasce a Sondrio il 18 maggio del 1989, assapora la massima serie ai margini, ammirando i grandi campioni, sfiorando il debutto dorato.

Un giocatore professionista che annovera presenze nel campionato cadetto e in Lega Pro. Ha vestito le giubbe gloriose di Reggiana, Reggina, Cuneo, Monza, Pro Vercelli, Pro Patria e Lumezzane.

E’ un jolly per raziocinio e fisicità, concilia sagacia e nerbo. Le qualità sul green sono esaltate e marcate dalla spiccata maturità fuori dal rettangolo.

Per la rubrica “Storie di calcio” incontriamo Matteo D’Alessandro per una breve e interessante intervista.

-Matteo ci racconti i tuoi inizi nel calcio?

“Fin da bambino ho nutrito la passione per il gioco del calcio. Mio padre era un’ala sinistra e giocava a livello dilettantistico nella zona di Sondrio; devo a lui l’amore per questo sport. Ho cominciato a calcare i campetti del mio paese, poi nel Sondrio, giocando nel ruolo di attaccante. Ero ritenuto un giovanissimo promettente e di talento, pronto a militare nelle squadre giovanili d’eccellenza”.

-Curiosando nella tua biografia abbiamo notato che hai un trascorso nella Dea bergamasca?

“Si vero, ho militato due anni anche nella fantastica “cantera” dell’Atalanta. Ero un bambino (11 anni) e ricordo che il pulmino della Dea mi veniva a prendere fuori da scuola. Dopo aver pranzato (un panino o un pezzo di pizza al volo) percorrevo 2 ore e mezza di viaggio e il successivo ritorno per prendere parte all’allenamento. Di sera mi aspettava lo studio e i relativi compiti. Insomma sacrifici veri, ripensandoci ora, per me e per la mia famiglia. Le partite si giocavano la domenica mattina e mio padre si svegliava all’alba per portarmi da Sondrio a Bergamo. In seguito, dopo il biennio, accettai il trasferimento a Como, soluzione caldeggiata anche da mia madre per motivi di studio e familiari”.

-Sei cresciuto calcisticamente nelle giovanili di Como e Genoa. Come descriveresti il rapporto in questi importanti e gloriosi club?

“All’epoca a Como c’era un settore giovanile splendido e organizzato, la prima squadra era appena retrocessa dalla serie A. Tre anni dopo i ragazzi del settore giovanile ottennero lo svincolo a causa del fallimento societario. Conservo ricordi molto belli di quegli anni con compagni che erano diventati amici. Il passo successivo è il trasferimento nella primavera del Genoa sotto la guida dell’ex bandiera rossoblù, Vincenzo Torrente. Il presidente Preziosi passò dal Como al Genoa e molti ragazzi finirono con l’indossare la casacca del Grifone. Ho vinto il prestigioso torneo di Viareggio e la coppa Italia; per tre anni di fila centrammo l’obiettivo di essere nella speciale classifica delle migliori 8 squadre d’Italia”.

-Con il Grifone hai sfiorato il debutto nella massima serie?

“Nell’ultima stagione in Primavera (a 19 anni) ho avuto il piacere e l’onore di far parte del Genoa di Gasperini (a cominciare dal ritiro estivo) che si qualificò in coppa UEFA allenandomi con giocatori del calibro di Milito, Thiago Motta, Criscito, Papastathopolus e Juric. Ho collezionato diverse panchine e ritiri in serie A, purtroppo senza mai esordire. Vivere l’intensità dello stadio Marassi in estasi è un’esperienza indimenticabile”.

-Se dovessi ringraziare una persona per la tua carriera, chi riceverebbe, in un post, la nota di merito?

“Credo che una citazione importante la meriti mio padre, e Francesco Maraschi, scomparso purtroppo qualche anno fa, scopritore di talenti per Atalanta e Como oltre che ex calciatore e fratello d’arte. Entrambi sono state le figure fondamentali per il conseguimento del mio sogno”.

-Potresti delineare ai nostri lettori il tuo ruolo sul green e le caratteristiche peculiari?

“Debuttai nel ruolo di terzino destro in una difesa a quattro, impostato così dalla categoria allievi nazionali a Como. Il complimento più bello lo ricevetti da Gian Piero Gasperini che nell’esperienza genovese mi disse che avevo l’intelligenza e qualità per ricoprire ogni ruolo; fu un buon profeta. In carriera ho ricoperto diverse mansioni da difensore centrale a 3 e a 2, terzino dx e sx, centrocampista esterno dx in un centrocampo a 4 e a 5 e interno di centrocampo in un centrocampo a 3. In alcune circostanze addirittura nella posizione di playmaker; insomma un jolly sotto tutti i punti di vista”.

-Hai calcato il palcoscenico della serie B, attualmente sei svincolato. Come vivi questa nuova situazione?

“Si è vero, il mio curriculum parla di circa 50 partite in serie B, giocando in una piazza calda e ambiziosa come la Reggina di Lillo Foti (1 sola presenza alla Pro Vercelli, esperienza che reputo negativa). Oggigiorno nelle categorie inferiori vi sono problematiche di carattere economico e organizzativo. Non lo nego che a volte le situazioni deprimono, poi superato lo sconforto cerco nuove motivazioni e persevero”.

-Oggigiorno, da osservatore esterno, come giudichi il “mondo del pallone” talvolta frivolo e superficiale?

“Sono sincero, ho amato con tutto me stesso il mondo del calcio, è il mio grande sogno e sono orgoglioso di ciò che ho ottenuto. Sono partito da un paesino di 1.700 anime in piena montagna. Le recenti vicissitudini affrontate hanno incrinato quest’amore. E’ un “mondo” difficile, che nasconde insidie, falsità e “squali” come ogni ambiente ricco di interessi e denari. Senza demagogia, credo che il calcio italiano sia lo specchio della nostra Nazione caratterizzato da confusione, corruzione e incertezza”.

-Hai qualche rimpianto? Con il senno di poi cambieresti una scelta fatta nel recente passato?

“Sarebbe troppo facile parlare con il senno di poi. Nell’estate del 2014 ho firmato un contratto triennale a Monza in serie C a cifre importanti. La società fallì e l’intera rosa passò mesi delicati. Oggi il club brianzolo è ripartito con il nuovo corso di Nicola Colombo (figlio di Felice Colombo ex presidente del Milan).In quell’anno, a gennaio, tornai in serie B a Vercelli in scadenza di contratto ma rassicurato da parole non suffragate dai fatti, invece, di accettare il trasferimento a Mantova del “vecchio amico” Ivan Juric. Il tecnico croato dopo pochi mesi andò a Crotone in B facendo una scalata straordinaria verso la A per poi tornare al Grifone in sostituzione del maestro Gasperini. Quando si parla, non a caso, di destino e sliding doors”.

-Ognuno di noi ha dei colori custoditi gelosamente nel proprio animo. Qual è la tua squadra del cuore?

“I colori sono quelli rossoneri del Milan. Ricordo quando a 6 anni andai per la prima volta a San Siro con mio padre e mio fratello e rimasi ammaliato. Era un grande Milan. Sognavo di poter giocare con i quei colori un giorno o quantomeno in quello stadio contro quei colori. Per ironia della sorte giocai un match di coppa Italia contro il mio Milan alla Scala del Calcio. Un sogno”.

-Per l’equilibrio di uno spogliatoio la figura dell’allenatore è fondamentale. Tratteggia il tuo coach ideale?

“Premetto che sono fresco di patentino UEFA B conseguito quest’estate a Coverciano, un’esperienza formativa e che consiglio davvero. Il Mister è una figura fondamentale, un mestiere davvero complicato. Si richiede di essere responsabile, preparato, deciso ma a volte sensibile, duro ma psicologo, tattico, istintivo, infine, comunicatore. Non esiste una ricetta giusta, a volte si tratta solamente di essere al posto giusto al momento giusto e cavalcare l’onda. Il mio modello ideale è Carlo Ancelotti; non ho mai sentito un giocatore parlare male di lui e credo non sia una casualità”.

-Chi era il tuo giocatore preferito?

“I bimbi sognano di fare gli attaccanti o i portieri perché in questi ruoli, unici ed esclusivi, ci s’illude di volare. Ammiravo il capitano della mia squadra del cuore, un player speciale. Ecco credo che Paolo Maldini abbia ammaliato con la sua classe, la sua eleganza, la sua tenacia, i suoi modi garbati. Potrei citare anche bandiere come Baggio, Ronaldo il fenomeno, Totti, Del Piero, Nesta; insomma, i simboli di un calcio romantico che ho amato e che non credo esista più”.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

 






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