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Intervista al senatore e segretario del Patt

Panizza: «Autonomia difesa a spada tratta. Ora, la mia esperienza al servizio della coalizione»

Il nostro ruolo a Roma è quello di sentinelle dell’autonomia”, spiega Franco Panizza, segretario del Patt e senatore durante l’ultima legislatura. Il leader autonomista parla con la convinzione di chi sa che “le persone serie si muovono a piccoli passi, promettendo solo ciò che è nelle loro possibilità”. Anche perché, “è raccogliendo un fiore alla volta, che alla fine si fa un mazzo”, dice citando l’indimenticato leader dell’Svp Silvius Magnago.

A Roma, Panizza, da buona sentinella, ha presidiato ininterrottamente Palazzo Madama durante l’ultima legislatura, facendo fare le ore piccole agli uscieri del Senato.

Le porte del Senato, infatti, aprono alle otto e chiudono alle ventidue, racconta il senatore. Troppo poco, per chi, come lui, presidia tre commissioni parlamentari (agricoltura, cultura, ambiente), è membro della delegazione Nato, è vicepresidente dell’intergruppo parlamentare per lo sviluppo della montagna, è segretario dell’associazione parlamentare “amici della Cina”, è componente della commissione dei dodici, oltre a essere segretario del partito che esprime il governatore della Provincia.

Abbiamo incontrato il politico noneso per fare con lui il punto sulla passata legislatura e per discutere delle sfide che lo attendono in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo.

Il senatore ha difeso il suo operato e quello del governo e, davanti alla partita per la rielezione, mostra l’umile consapevolezza di chi ha l’esperienza necessaria per traghettare il gruppo per le autonomie al Senato attraverso una legislatura che si preannuncia a dir poco burrascosa.

Senatore Panizza, la sua prima esperienza in Parlamento è cominciata tutta in salita…
Appena arrivato a Roma, faticammo non poco a eleggere i presidenti di Camera e Senato e dovemmo ripresentare Napolitano alla presidenza della Repubblica, che, appena rieletto, ci diede una bella strigliata. Il paese era a un passo dal default e a corto di credibilità. Dopo Berlusconi, quando andavi all’estero tutti parlavano di “bunga bunga”.

Ma alla fine siete riusciti ad arrivare alla conclusione naturale della legislatura. Qual è il suo bilancio dei tre governi che ha sostenuto in questi cinque anni?
Si è trattato di tre governi all’insegna della serietà, attenti a risanare i conti pubblici e a recuperare la credibilità internazionale. Tre governi accomunati dalla voglia di stare in Europa, ma anche di cambiarla, per mettere fine al rigore, alla centralità dell’asse franco-tedesco e all’accordo di Dublino sul diritto di asilo nell’Unione europea.

Letta, Renzi o Gentiloni: chi le è piaciuto di più?
Renzi è stato il più coraggioso, con il Jobs Act, l’alternanza scuola lavoro – che da noi è già pratica consolidata, l’aumento del limite per l’uso del contante, la stabilizzazione dei precari, la riforma della pubblica amministrazione e le regole di maggiore rigore per i dipendenti pubblici, il dopo di noi, le unioni civili e quella che a suo tempo definii il grande risultato del suo governo: la riforma costituzionale.

Una riforma che lei ha sostenuto. Perché?
Nonostante tutti i suoi limiti, la riforma costituzionale aveva due grandi vantaggi: garantiva l’autonomia inserendo il principio di intesa e toglieva una camera politica. Questo avrebbe reso il sistema legislativo molto più snello: con le due camere una legge rischia di restare arenata anni e anni in parlamento.

Del governo Gentiloni invece cosa pensa?
È stato un governo assolutamente affidabile, meno sbilanciato politicamente rispetto a Renzi. Gentiloni ha saputo essere autorevole e capace di ridare serenità al clima politico del paese.

Alcune delle riforme approvate nell’ultima legislatura hanno attirato diverse critiche. Come risponderebbe, ad esempio, a chi lamenta che il Jobs Act ha aumentato la precarietà?
Il Jobs Act è solo uno strumento, che potrebbe peraltro essere migliorato. È vero che oggi in Italia si vive il dramma della precarietà, ma non possiamo pensare di rendere stabile il lavoro solo con leggi e vincoli.

Perché?
Lo abbiamo già visto nel passato: là dove c’era un esasperato vincolo sui contratti di lavoro, troppe ditte sono fallite e i disoccupati sono aumentati. Oggi registriamo invece un milione di posti di lavoro in più, il miglior risultato negli ultimi quarant’anni. Deve esistere un adeguato equilibrio tra garanzie per i lavoratori e l’elasticità di cui le aziende hanno bisogno. Faccio un esempio: chi ha un albergo deve poter assumere facilmente qualcuno se il suo cuoco si ammala o si infortuna.

Sta parlando dei voucher?
Il voucher rispondeva a questo tipo di necessità. Avevo studiato i dati depositati all’Inps di Trento e Bolzano. I voucher da noi in nessun modo avevano sostituito il lavoro fisso. La precarietà si batte formando di più i dipendenti. Più sono formati, più la ditta ha interesse a mantenere un rapporto solido.

La legislatura si è conclusa con il naufragio dello ius soli. Lei perché era perplesso su questa proposta?
Il Senato si è trovato di fronte al disegno di legge sullo ius soli negli ultimissimi mesi della legislatura. Con l’Svp avevamo avanzato alcune proposte di modifica sul modello della legge tedesca: verifica sulla conoscenza delle leggi e della lingua per la concessione della cittadinanza e requisiti più severi sul rispetto della legalità. Da qui eravamo pronti a discutere, ma non c’è stato tempo perché il governo non era disponibile a porre la fiducia e l’opposizione aveva presentato decine di migliaia di emendamenti con cui avrebbe tenuto inchiodato il Senato per mesi.

E ora, come gestiamo l’integrazione di queste persone?
Non dobbiamo creare ghetti, questi provocano disagio sociale, che è alla base di delinquenza e terrorismo. Solo chi ha i documenti in regola deve poter stare in Italia e chi lavora e si comporta bene è giusto che usufruisca dei diritti che gli spettano. Ma chi trasgredisce la legge deve essere rimpatriato. Dobbiamo evitare sia la demagogia del rifiuto che quella dell’accoglienza.

Minniti docet…
Il ministro Minniti ha unito realismo e senso di umanità. Le migliaia e migliaia di persone che affogano ogni anno nel Mediterraneo pongono un problema morale di fronte al quale non possiamo far finta di niente. Lo impone anche la fede cristiana che unisce tutto il continente.

Parliamo della sua attività di senatore. Di cosa è più orgoglioso dopo questi cinque anni?
La soddisfazione più grande da autonomista è quella di aver portato a casa venti nuove competenze per il nostro territorio e di aver chiuso alcune partite strategiche con lo stato.

Ce ne parli…
Il risultato più importante è la nuova intesa finanziaria con lo stato centrale e, contestualmente, la fine del vincolo del patto di stabilità che ha liberato importanti risorse per il nostro territorio.

Allude al “patto di garanzia”?
Con il “patto di garanzia” del 2014, grazie anche alla capacità dei presidenti Rossi e Kompatscher, abbiamo messo un punto fermo nei rapporti finanziari con lo stato e posto confini certi al concorso richiesto annualmente alla Provincia Autonoma di Trento per il risanamento dei conti pubblici nazionali. Abbiamo inoltre ottenuto certezze per le risorse disponibili e quindi programmabili per gli anni futuri. Nel 2014 abbiamo rimosso il contenzioso con il governo nazionale e abbiamo ottenuto la possibilità di attivare il credito d’imposta.

E il vincolo del patto di stabilità?
Con il 2018 cesserà per la nostra Provincia il vincolo del patto di stabilità e si libererà così un miliardo di euro che potremo impiegare per lo sviluppo del territorio. Ma non basta. Adesso l’obiettivo è la norma di attuazione sulle agenzie fiscali, perché senza la gestione delle entrate non ci può essere un’autonomia compiuta.

E poi?
Molte delle norme approvate a Roma non valgono per la nostra terra, quindi abbiamo puntato sull’ottenere più competenze. Abbiamo portato a casa la competenza sulle grandi concessioni idroelettriche e importanti competenze sui tributi e la finanza locale, sui contratti pubblici e gli appalti, sulla pianificazione urbanistica, sul commercio, sull’amministrazione della Giustizia e sulla caccia.

Abbiamo poi assicurato il finanziamento di alcune strutture strategiche – come il tunnel del Brennero, la ciclabile del Garda e lo studio per l’elettrificazione della ferrovia della Valsugana, ottenuto il rinnovo della concessione per l’Autobrennero, ottenuto il riconoscimento di Laborfonds e Sanifonds e salvaguardato i collegi uninominali in tutta la regione.

Soddisfatto quindi del patto siglato con il Pd prima delle elezioni?
L’accordo firmato prima delle elezioni tra Patt/Svp e il Pd nazionale è stato completamente rispettato per quanto riguarda i punti che riguardavano autonomia e competenze. Il Pd si è dimostrato un interlocutore affidabile e attento alla nostra autonomia.

Lei è segretario della commissione agricoltura e vicepresidente dell’intergruppo parlamentare per lo sviluppo della montagna. Ci racconti cosa ha fatto per un settore così importante per la nostra regione?
I risultati portati a casa sono numerosi e per questo difficili da riassumere. Grazie al nostro lavoro, siamo riusciti a vincere importanti battaglie per la semplificazione burocratica per le piccole imprese del territorio, per la riduzione dei tributi e delle imposte in montagna, per incentivare il ricambio generazionale e a favore delle attività integrative.

Ci faccia alcuni esempi…
Sul fronte della fiscalità, la novità più importante è stata la cancellazione dell’IMU agricola di montagna. Nel 2014 siamo riusciti a reintrodurre l’esenzione dall’imposta di registro sugli acquisti di terreni da parte degli agricoltori professionali e, a partire dal 2017, siamo riusciti a estendere l’esenzione anche ai coltivatori diretti part-time di montagna. Ricordo anche l’esonero contributivo triennale sia per i giovani agricoltori professionali iscritti alla previdenza agricola dal 2016 o dal 2017, che per le giovani aziende dei territori di montagna e delle aree svantaggiate.

Lei è stato attento alla dimensione locale, ma si è impegnato molto anche sul piano internazionale. Qual è la sua visione per il Trentino in Europa?
Per noi, in quanto regione autonoma Trentino Alto Adige – Südtirol, era fondamentale che l’Europa diventasse meno burocratica, meno nazionalista e recuperasse lo spirito dei padri fondatori. In quanto membro della delegazione Nato ho partecipato all’insediamento di Donald Trump, occasione in cui il presidente americano ha preso le distanze dall’Europa e dalla stessa Nato. Questa doveva dare una sveglia all’Europa, per aumentare gli sforzi comuni in materia di difesa, lotta al terrorismo e gestione dei flussi migratori.

E l’Euregio?
Trentino, Alto Adige e Tirolo sono diventati un laboratorio europeo e insieme possiamo essere protagonisti in Europa. Sono stati sviluppati diversi progetti condivisi nel campo di università, ricerca, agricoltura, agroalimentare, scuola, sanità. E l’ufficio comune a Bruxelles svolge un lavoro importante.

Ma?
L’Europa deve avvicinarsi di più ai cittadini, al mondo delle piccole imprese, premiare di più merito, qualità e innovazione e non le rendite di posizione.

Allude anche alla politica agricola comune (Pac)?
La nuova Pac viene incontro a queste esigenze, è meno legata ai privilegi consolidati. Però purtroppo siamo ancora nell’Europa delle rendite. Lo vediamo sui premi e sui titoli che a volte sono ingiustificati.

Cosa pensa della proposta del nuovo cancelliere austriaco di concedere la cittadinanza austriaca agli altoatesini di madrelingua tedesca e ladina?
Si tratta di una istanza giusta che vuole rafforzare il fortissimo legame tra Sudtirolo e Austria, che si basa su lingua, cultura e altri elementi evidenti a tutti. Questo processo, però, deve avvenire nel rispetto di un comune spirito europeo, come un’avanguardia di una maggiore integrazione europea.

Quindi?
Se questo processo viene esteso al Tirolo storico, e quindi anche al Trentino, e diviene così un esperimento di cittadinanza europea, sarà allora un esempio utile di come l’Europa può valorizzare i legami storici forti, che vanno al di là delle frontiere. Anche perché l’Europa è nata per rimuovere questi confini, che, come diceva Silvius Magnago, sono “fili di seta” che non hanno più ragione di esistere.

L’importante è non cedere alle sirene nazionaliste…
Mi auguro che Kurz sia prudente. Appartiene al Partito Popolare Europeo, la più grande famiglia politica europea nella quale, durante la mia segreteria, è entrato anche il Patt. Il populismo rischia di riportare in vita le spinte nazionaliste e vanificare un grande progetto di pace come l’Unione europea. Oggi nessuno può pensare al proprio orticello. Io sono autonomista, amo la mia terra, ma riconosco che non siamo estranei alle dinamiche internazionali.

Il 4 marzo si vota. Si ricandiderà nel collegio di Trento?
Quello è il mio collegio naturale, ma non ho messo nessun veto.

Cosa la spinge a ripresentarsi?
Il mio partito mi ha chiesto di rimettermi in gioco, anche perché serve esperienza e competenza. La rappresentanza dell’Svp in Senato viene completamente rinnovata e c’è quindi bisogno di portare in Senato l’esperienza di chi c’è già stato.

Soprattutto in un momento in cui sarà difficile avere degli interlocutori politici…
Rischiamo di trovarci davanti un governo delle larghe intese in cui tutti rispondono e nessuno risponde. La situazione favorevole di quest’ultima legislatura, in cui avevamo alla base un accordo politico molto forte con il partito espressione dei tre presidenti del Consiglio, probabilmente non si ripeterà.

Lo scenario di una legislatura complicata vi porterà a fare ancora più fronte comune con l’Svp sul tema autonomia?
Mai come ora c’è bisogno di far fronte comune sul tema dell’autonomia. La lista comune che verrà presentata dall’Svp, con un simbolo unitario, va in questa direzione. Solo una forte collaborazione tra Trento e Bolzano, come quella che hanno saputo costruire i presidenti Rossi e Kompatscher, ci darà la possibilità di farci valere a Roma. Questo è l’obbiettivo che mi pongo, insieme agli altri colleghi della coalizione.

Cosa si sente di dire ai tanti elettori ancora indecisi?
Invito gli elettori a fare una scelta di responsabilità. Non basta la protesta. L’Italia ha bisogno di parlamentari seri e preparati, in grado di mantenere le loro promesse. Per troppi anni si sono presi in giro gli italiani e questo ha portato i cittadini a non avere più fiducia nelle istituzioni.

La politica non ha soluzioni per tutto. Io cerco di studiare, confrontarmi, in modo serio, in collaborazione con le nostre istituzioni e sempre al servizio dei nostri cittadini. So che si può fare di più, ma sono convinto che le persone serie lo fanno con i piccoli passi, promettendo ciò che è nelle loro possibilità.

Spero che gli italiani non cadano nel tranello del pressapochismo e delle false promesse. Ciò vorrebbe dire gettare al vento i risultati che ci hanno permesso di rilanciare il paese e riacquisire credibilità a livello europeo e internazionale.






One Comment to Panizza: «Autonomia difesa a spada tratta. Ora, la mia esperienza al servizio della coalizione»

  1. Cometa ha detto:

    Se tutti i politici fossero così seri e professionali nel loro lavoro, L’Italia sarebbe in buone mani!!

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