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Una «Fuga da Auschwitz»: perché ricordare è un dovere civile

Come far fronte a quei controversi vuoti di memoria che troppo spesso mediano il nostro rapporto con la storia, restituendone una costruzione irrimediabilmente compromessa? E, conseguentemente, come pensare di poter costruire un solido futuro su fondamenta così scricchiolanti, traballanti e precarie?

A volte il teatro, con le sue infinite risorse drammaturgiche, prova a dare una risposta empatica e coinvolgente a queste domande pesanti come macigni, assolvendo così un’importante funzione civile.

Su questi presupposti è nato lo spettacolo «Fuga da Auschwitz», una produzione del Teatro delle Quisquilie, in scena a Trento al Teatro San Marco il 31 gennaio alle ore 21.00 e in replica per le scuole martedì 30 alle 8.45 e 10.15, mercoledì 31 alle 8.30 e 11.00, in occasione della Giornata della Memoria – e già tutte sold out.

Scritto da Massimo Lazzeri e Filippo Fossa, diretto da Lazzeri e interpretato da entrambi con Adele Pardi, lo spettacolo veicola informazioni rigorose dal punto di vista storico, ma soprattutto racconta la storia di un’avventura verso la sopravvivenza e, oltre, verso la testimonianza di orrori che si devono raccontare.

È l’aprile del 1944 e, dopo due anni di prigionia, Rudolf Vrba e Alfréd Wetzler riescono a mettere in atto il loro piano di fuga dal lager di Auschwitz-Birkenau.

Una volta accolti dalla comunità ebraica, i due giovani sopravvissuti raccontano la loro storia di vita con la premura di “dettare” ai capi ebrei un rapporto dettagliato e preciso sul folle progetto di sterminio previsto dalla “soluzione finale”, nella speranza di arrestare i terribili piani di Adolf Eichmann.

I loro tentativi furono vani e la storia non si fermò, procedendo a passo incalzante verso le tenebre: i treni carichi di deportati continuarono a viaggiare portando centinaia di migliaia di persone verso le camere a gas, e la storia di Rudolf e Alfréd rimase uguale a quella di milioni di altri esseri umani, fatta di sogni che non sono diventati realtà e di una realtà che è diventata incubo.

Oggi a testimoniare la fuga e la parola dei due giovani ci rimangono i “Protocolli di Auschwitz” dell’aprile del 1994, il primo documento in assoluto sui campi di concentramento nazisti.

La speranza di Vrba era che gli ebrei ungheresi si rivoltassero contro le SS prima che fossero caricati sui treni della morte. Tuttavia, i leader ebrei magiari si mossero in ritardo.






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